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Uno dei writer italiani della prima ora, KayOne,
classe 1972 ha cominciato nel 1988 a 15 anni.

One of the very first Italian writers, KayOne, born in 1972 has begun in 1988 at the age of 15.


KayOne

Pioniere a Milano quando i Graffiti comparivano solo nelle serie riciclate dei telefilm americani e quando le tendenze impiegavano cinque anni per attraversare l’Oceano. KayOne passa gran parte del suo tempo negli uffici dell’Associazione Culturale Stradedarts, fondata insieme con suo fratello lavorando come Art Director e dipingendo quadri. Fondatore agli inizi degli anni ‘90 della prima fanzine italiana di graffiti “Tribe Magazine”, non ha mai abbandonato la sua passione per l’arte e il writing, che fa parte ancora oggi della sua quotidianità, organizzando e partecipando a numerose manifestazioni di Writing ed eventi artistici in tutta Italia e all'estero. 


A pioneer in Milan, where Graffiti Writing made an appearance only on recycled American TV shows and it took trends five years to cross the Ocean. KayOne spends most of his time at the office of the Cultural Association known as Stradedarts, founded together with his brother, working as Art Director and painting canvases. Also founder in 1990, of the very first Italian Graffiti fanzine "Tribe Magazine", he has never given up his passion for the Arts and Writing which is still part of his everyday life, organizing and taking part in numerous Writing events and artistic ones, both in Italy and abroad.



Esibizione dal vivo in Campo San'Agnese - Venezia,
55ª Biennale di Venezia all'evento Back 2 back to Biennale -
m 9 x 2, spray su tavole in legno




La passione per il Writing è prima di tutto studio, ricerca e applicazione. Ricerca sulla lettera e illustrazioni classicamente Hip Hop, sono sempre stati il centro del mio percorso, che si conta ora in centinaia di disegni di preparazione, che molto spesso hanno trovato una loro vita su muro.

KayOne

KayOne

KayOne

KayOne

KayOne

Friends

Ricordo di un "ragazzino" con la Kangol blu (qualcosa di veramente difficile da reperire ai tempi), che alla fine degli anni '80 cominciò ad aggirarsi al muretto, io che da anni lo frequentavo, fui uno dei primi a conoscerlo. Passava al muretto per entrare in contatto con il mondo dei Graffiti, poche persone che si contavano su una mano, che lui sentiva però come il suo mondo. Quando si presentò con il suo black book e il suo stile acerbo, ci accorgemmo subito che KayOne aveva delle grosse potenzialità. Conoscere i vecchi writer come Rendo e Kaos gli permise di creare un proprio stile e diventare presto conosciuto per i suoi puppet. Mi ricordo di molti eventi nei quali lo vidi dipingere, alla Stramilano o in occasione dei mondiali per il "Graffito più lungo del mondo", ma anche al suo Hall of Fame al quale feci diverse visite con mio fratello Kavydee. Il muretto era un microcosmo dove si combinavano tante forze, arrivate dall'america ma che ognuno in Italia, nella propria disciplina, riuscì a personalizzare e sviluppare in un momento in cui tutto era da costruire. KayOne è uno di questi, che con il suo amore per il dipingere ha saputo raccogliere i frutti del suo lavoro e costanza e che come me dopo 30 anni di Hip Hop, oggi sa essere attivo e stupire con nuove rivoluzioni ed evoluzioni.
Dj Jad

Immagino che per questo catalogo quasi tutti i writer coinvolti racconteranno delle divertenti avventure che hanno vissuto con Kay, di un aneddoto, di una fuga memorabile, o di quella volta in cui… Ricordo il nostro primo incontro nello studio che divide con Airone, circa otto anni fa: atteggiamento regale, maglioncino, camicetta, scarpa classica assomigliava ad un lord inglese. Non pensavo certo che il ragazzo che avevo di fronte potesse essere il grande KayOne! "Scusa ma tu dipingi?" In quel momento una serie di flash mi sono passati per la testa: pezzi memorabili visti su Tribe, altri fotografati nelle hall of fame e i suoi figurativi coloratissimi. Per chi ama il writing è così, esistono dei personaggi che per te diventano importanti senza una conoscenza diretta e per me KayOne era una star, a cui non riuscivo ad attribuire delle sembianze, potevo solo immaginare l'aspetto che doveva avere. Col tempo la stima che nutrivo nei confronti del suo lavoro è lievitata, soprattutto dopo aver conosciuto la persona dietro al personaggio. Forse dall'esterno sembriamo dei pazzi esaltati seguiamo riti e dinamiche che sono difficili da comprendere per le persone comuni, ma ancora di più per chi ci sta vicino: le nostre famiglie, le fidanzate/i che faticano a comprendere questa nostra stana passione. KayOne per me e molte altre persone che amano questa cultura è diventato un punto di riferimento e inconsapevolmente dopo 20 anni di attività è stato un esempio e uno stimolo positivo per tanti che hanno scelto di intraprendere questa strada.
Sara Taz

Marco, cosa vuoi che scriva su di te? Forse che hai un amico che riesce ad essere sempre in ritardo e che invidia come invece tu riesca sempre ad essere preciso e puntuale. Preciso ed elegante, sempre alla moda nuiorkina con scarpette e vestiti da "trasanda" griffati da capo a piedi. No la tua eleganza è altra. Credo tu sia l'unico che riesce a dipingere con una naturale nonchalance e movimenti così calibrati da far innervosire chiunque ti osservi per la facilità con cui applichi la tua destrezza. È vero che ogni volta te la prendi comoda, tiri alle lunghe qualsiasi pezzo ma il risultato è frutto di quell'eleganza sovrannaturale che ti accompagna in ogni mossa. Ogni tua opera riesce ad affascinare perché lo stile è veramente soppesato, accuratamente voluto, preciso e mai eseguito con l'obbligo dell'incombenza del tempo. Sei bravo e anche uno dei migliori amici in assoluto, gentile ma anche deciso nel tratto nulla viene lasciato al caso, i colori sono selezionati, così come le sbavature o quello che deve risultare materico e con spessore. La cosa che più differenzia la tua manualità in questo contesto artistico complesso e diversificato è che non ti sei fossilizzato in uno stile ma hai deciso di usare "uno stile" arricchendolo di influenze altre, percorrendo tutti i passaggi che hanno portato il puro writing alla street art. Una vera opera di decoro urbano gli interventi sui muri abbandonati della città, una vera chicca regalata agli spettatori obbligati delle sue gallerie a cielo aperto. Un quadro che chiunque desidererebbe nella propria casa... per questo campeggia all'entrata della mia! KayOne... basta dare un occhio a suoi lavori, commenti negativi sono vietati, lo dice la legge della bellezza delle cose.
Atomo

Il primo ricordo che ho di KayOne risale a un'estate dei primi anni '90. A quella differenza stridente fra noi, sempre sporchi di vernice e vestiti come capitava e quel ragazzo, che calzava sempre scarpe da tennis pulite, magliette stirate di tutto punto, e portava i capelli ben pettinati. KayOne, che molti guardavano con diffidenza per quel suo modo non convenzionale di essere un writer, era in realtà un ragazzo la cui passione per i graffiti non contemplava il dover fingere di essere quello che non era, rendendolo ai miei occhi più vero di chi cercava a tutti i costi di recitare la parte del "figlio del ghetto". A partire da quegli anni il suo modo di dipingere ha seguito un processo evolutivo particolare. KayOne non ha mai abbandonato quello stile che ha visto e in parte contribuito a far nascere sui muri, facendolo evolvere in modo attento e all'interno di precisi confini stilistici. Ne è un esempio l'uso del punto luce, in passato chiamato "sbrillone", che resiste nei suoi lavori non come elemento nostalgico, perchè rinnovato, diventa elemento di pregio. Il suo lavoro è quindi unico, perché in esso osservo le idee del passato sviluppate in modo del tutto inedito, riportandomi con la memoria a quei tempi, ma senza i difetti di quegli anni.
Chief

KayOne

KayOne

Friends

È un po' di anni che io e KayOne ci conosciamo, ma è solamente di recente che ci siamo trovati a collaborare ed anche a condividere più di una volta una buona doppio malto, ed è avvenuto durante l'ultima mostra che ci ha visti entrambe protagonisti la scorsa estate a Montréal, Canada. Si era in un classico lounge bar in compagnia di due donzelle e mentre il sottoscritto era in procinto di varcare quella soglia che stabilisce il limite-non-limite è stato proprio Kay e la sua innata calma a farmi riacquistare (anche se non per molto) l'equilibrio necessario per continuare la nostra uscita in modo pacato ed elegante con l'aiuto di un doppio cuba naturalmente. Affrontando il profilo artistico le mie considerazioni non cambiano, ossia avendo diversi anni che distanziano i nostri passati sia generazionalmente parlando che come scelte di percorso mi risulterebbe assai difficile nonché patetico di lui stilare una sorta di pregi o difetti; voglio però ricordare una, o meglio tre giornate memorabili che avvennero vent'anni fà, occasione unica per noi writers ancora alieni per la maggior parte del comune cittadino di dipingere in totale tranquillità, l'evento era: "Il muro più lungo del Mondo" durante i Mondiali di calcio del 1990, c'eravamo tutti, la mia crew al completo i PWD, i TDK, gli MCA e naturalmente anche gli MNP di cui KayOne ne era parte. Se pur non corresse certo un ottimissimo sangue tra tutti noi, ma tengo a sottolineare che tutto si basava su un livello artistico e non certo di violenza, durante quei giorni eravamo tutti insieme per dipingere con tanta di quell'energia creativa da poter conquistare l'intero pianeta. Creare, penso sia dopo la vita stessa il più grande regalo che Dio abbia potuto fare all'essere umano e come tali noi abbiamo il dovere di relazionarci gli uni con gli altri, scambiarci esperienze, nozioni, sogni e non sarà certo compito nostro giudicarci.
Fly Cat

Per chiunque abbia avuto a che fare col writing, il nome di KayOne non può fare a meno di accendere una sinapsi potente in quell'area del cervello ricettiva ai graffiti. Perchè, semplicemente, quello di Kay è un nome che attraversa in maniera quasi ininterrotta tutta la storia del writing milanese e italiano, dalla fine degli anni Ottanta fino ad oggi. Ricordo ancora il giorno in cui mi capitò tra le mani una copia malandata di Tribe, storica rivista di graffiti, casualmente giunta fino a me dopo mille passaggi. Ricordo la curiosità e l'attrazione quasi irresistibile per quelle forme potenti, rivelatrici dell'esistenza di un mondo misterioso e affascinante. Ricordo lo stupore nell'ammirare quelle pagine zeppe di lettere intricate, colorazioni cromate e puppet, gli elementi figurativi che accompagnano i pezzi. E tra tutti quei puppet, ricordo mi colpì in particolare una figura stilizzata in posa iper-plastica, trasfigurata da una mossa che credo fosse di break dance, che quasi la piegava in due. Perfetta in ogni dettaglio, ordinata anche nelle sue convulsioni. Sotto il puppet, una tag: Kay. Mi rimase in mente, quel nome, tanto che cominciai a cercarlo sui muri dipinti che scrutavo attento in giro per Milano. Lo ritrovai spesso, sempre in calce ad pezzi pressoché perfetti, linee nette e pulitissime che ero convinto fossero tracciate con lo scotch, finché, molti anni dopo, non vidi KayOne dipingere dal vivo. E mi resi conto, con suprema sorpresa, che tutti quegli outline taglienti erano tirati a mano libera, e pure con una naturalezza disarmante. Cura per il dettaglio, nell'apparente confusione delle linee, pulizia in ogni turbine colante di colore: un ossimoro che sottende ad un universo di stili spesso fuori dagli schemi, ma sempre in moto gravitazionale attorno a quelle tre semplici lettere. Questo è Kay.
Ghen

Se penso al giovane Kay, quello che ho conosciuto tanti anni fa, mi torna sempre in mente un ragazzino spavaldo, con una capacità unica di stare, contemporaneamente, all'interno di quelli che erano gli "schemi classici" dei graffiti, ma anche "fuori dal coro", da tutte quelle che erano le banalizzazioni semplicistiche e di maniera, purtroppo molto comuni nella prima epoca dell'Hip hop italiano. Ed anche Marco, il ragazzo e non il graffitista, era ed è ancora una persona con la capacità di stare in mezzo alla gente di tutte le tipologie e tutte le estrazioni. Il suo look è sempre stato a metà strada tra quello dell'artista stravagante che si vuole identificare, e quello del bravo ragazzo. In questo non ho mai letto una incapacità di schierarsi e di prendere posizione, ma piuttosto la trasposizione pratica del suo essere: una personalità non facilmente catalogabile, con le idee chiare e, insolito in un ragazzo così giovane, la capacità di pensare per proprio conto e di non seguire pedissequamente il gruppo. Stilisticamente ho sempre apprezzato il suo stile, grafico ed essenziale, volutamente chiaro e leggibile; la scelta dei colori forti e marcati che immediatamente palesano un evidente messaggio: "Gente, questi li faccio per voi; non voglio fare solamente graffiti per i graffitisti, ma perché tutti li possano guardare, capire, ed apprezzare". Ed in questo ritengo che abbia colto nel segno quella che è la quintessenza dell'arte dei graffiti e dell'arte di strada: un'arte per tutti. Non un difficile ed incomprensibile intreccio di segni forme e colori, ma forti e consapevoli messaggi. Anche il suo passaggio alla tela, attraverso gli stessi colori e la stessa forza espressiva, riporta in un contesto diverso lo stesso chiaro linguaggio. Se devo tirare le somme, devo dire che in oltre 25 anni nel mondo del writing mi sono capitate simpatiche avventure ed ho dovuto affrontare situazioni evitabili. Ho avuto modo di frequentare persone piacevoli o meno. Sono stati comunque anni (una vita!) ricchi di ricordi che rivivrei senza pensarci un attimo. E sicuramente Kay è una di quelle persone che ho avuto la fortuna di incontrare nel mio cammino, e che ritengo meriti appieno il successo che sta avendo e che avrà. In bocca al lupo amico!
Graffio

"Writing the city" è il titolo della nuova personale di KayOne. Non mi sorprende nel titolo l'uso del gerundio, forma verbale utilizzata per esprimere la contemporaneità e la simultaneità. Codifica un movimento, un'azione in fieri, come quella del writer sui muri che deve essere fulminea ed efficace e magari destinata nemmeno ad essere completata vista la sua illiceità. Caratteri mobili, d'altra parte, era stato il titolo scelto per la prima personale dell'artista tenutasi alla Triennale Bovisa, "mobili" perché fugaci, effimeri, non fatti per durare o pronti ad essere reiterati su altri muri. Anche nelle tele di KayOne c'è un senso di movimento costante, di irrequietezza, direi quasi di "non finito" o forse di "infinito". Quel vortice spiraloide bianco che caratterizza le sue tele è come una scossa che si propaga da una superficie all'altra. È il lampo che precede il fulmine e che illumina e assale il fondo meticolosamente preparato dall'artista. È la luce creatrice, quella che ci aspetteremmo di veder comparire, da un momento all'altro, dal dito di Adamo nell'omonima creazione michelangiolesca della cappella Sistina. È la presenza dell'uomo in un mondo che cerca, sempre maggiormente, di fare a meno di lui. In quel gesto rapido, vibrante ed esplosivo c'è un'armonia e una levità che dona alla composizione un piacevole ritmo. Diversamente dall'informale, non è un gesto che nega, bensì esalta. Non c'è una volontà nichilista ma, al contrario, un'ansia creatrice che l'artista manifesta a colpi di colore e bombolette!
Luca Tommasi

Quando KayOne mi ha chiesto di scrivere questo trafiletto per lui, mi sono chiesta da quanto tempo ci conoscessimo, rendendomi conto che si trattava quasi di un ventennio. Non ricordo quando ci siamo incontrati, probabilmente davanti al mitico Wag... io ero una giovane adolescente alla scoperta di una sottocultura e lui uno dei pochi attori di questa a Milano. Marco non assomigliava agli altri writers che avevo conosciuto: educato e disponibile, in polo e 501, sempre con le adidas gazelle ai piedi, nessuno avrebbe mai detto che quel bravo ragazzo di notte dipingeva sui muri e firmava la città col suo nome. In realtà conoscevo già i suoi lavori... la Hall of Fame degli MNP era tra le più note e un'amica mi ci aveva portata qualche tempo prima. Avevo scattato foto a non finire... In seguito, in un periodo in cui writers e skaters erano molto vicini, ci si incontrava spesso in piazza Borromeo, e ai pochi eventi Hip Hop dell'epoca. Kay diventò presto un fratello maggiore in quella grande famiglia che mi resi conto essere l'Hip Hop. Mi presentò writers italiani e stranieri, m'insegnò e tramandò il meglio di ciò che egli stesso aveva appreso. Ricordo camminate in cui ascoltava pazientemente i miei primi testi rap quando, ancora intimidita, li facevo sentire solo a pochi... ma il più bel ricordo legato a quell'epoca é sicuramente la sera dei miei 18 anni, in cui Kay mi dedicò un bombing poco lontano da casa mia. A fianco, un puppet rappresentante la nostra amica comune Davina. Ho sempre seguito, amato e cercato di comprendere il mondo del writing: l'importanza di lasciare una traccia, un segno ai posteri del nostro passaggio in un luogo, in un determinato momento. L'ho sempre interpretato come un impulso atavico. Come un innamorato che scolpirebbe il tronco di un albero, il writer trasforma il muro, immortalando il suo amore per la vita in un opera d'arte fruibile al mondo. Scalfigge la sua presenza nell'istante, colorando superfici di un mondo che non c'era. Diventa così difficile la trasposizione di questo tipo di opera dall'ambiente urbano ai muri di una galleria. In questo senso, nella sua evoluzione, Marco ha sempre saputo rimanere sé stesso. È anche l'unico che, ancora a distanza di anni, col quel suo inconfondibile accento milanese, mi chiama Vaitez.
Vaitea

KayOne

KayOne

Friends

Se penso "KayOne", mi torna in mente la prima volta che l'ho incontrato. Sarà stato circa il 1988/'89 ed io, assieme al mio socio di allora Asso dipingevamo già da qualche tempo in un paesino dell'interland milanese senza sapere dell'esistenza di altri writers. Un giorno girando per Milano conoscemmo per caso altri "pittori", Sten, Mec e Rendo che frequentavano un ritrovo pieno zeppo di ragazzi di varia provenienza intenti a dipingere l'ingresso chiuso al pubblico di un garage sotterraneo. Quel posto era il "mitico" Muretto di piazza San Babila, culla del writing milanese ed italiano. Mi ricordo che la prima persona che si degnò di rivolgere la parola a noi due "poveri writers di provincia" fu proprio Marco KayOne, mi ricordo inoltre che mentre molti altri facevano i preziosi, lui fù l'unico a mostrarci il suo inseparabile black book, un librone pieno di schizzi, di foto e di ritagli di giornale, cosa molto preziosa per i writers dell'epoca, in quanto ai tempi era quasi l'unico modo per confrontarsi con gli altri. Pur essendo io un writer atipico e non proprio accettato dal resto della community, da allora siamo sempre rimasti in contatto, ci siamo sempre rispettati e a volte ammirati a vicenda. Ora sono proprio orgoglioso di aver conosciuto KayOne in quei tempi duri, e di aver visto la sua crescita stilistica ed umana a livello esponenziale. Marco è una di quelle persone che avrebbe potuto aver la vita facile se solo avesse voluto seguire certi schemi, ma ha scelto la strada più difficile, e questo gli fa molto onore. Noi due ci siamo incrociati dipingendo in giro un migliaio di volte, ed ora posso sicuramente dire che tutto quello di buono che gli arriva, è frutto di tanta passione, tanto studio, e tantissimo sudore lasciato sul cemento di mezzo mondo, Insomma se lo merita proprio.
Raptuz

Il primo ricordo che ho di KayOne risale a un'estate dei primi anni 90. A quella differenza stridente fra noi, sempre sporchi di vernice e vestiti come capitava e quel ragazzo, che calzava sempre scarpe da tennis pulite, magliette stirate di tutto punto, e portava i capelli ben pettinati. KayOne, che molti guardavano con diffidenza per quel suo modo non convenzionale di essere un writer, era in realtà un ragazzo la cui passione per i graffiti non contemplava il dover fingere di essere quello che non era, rendendolo ai miei occhi più vero di chi cercava a tutti i costi di recitare la parte del "figlio del ghetto". A partire da quegli anni il suo modo di dipingere ha seguito un processo evolutivo particolare. KayOne non ha mai abbandonato quello stile che ha visto e in parte contribuito a far nascere sui muri, facendolo evolvere in modo attento e all'interno di precisi confini stilistici. Ne è un esempio l'uso del punto luce, in passato chiamato "sbrillone", che resiste nei suoi lavori non come elemento nostalgico, perchè rinnovato, diventa elemento di pregio. Il suo lavoro è quindi unico, perché in esso osservo le idee del passato sviluppate in modo del tutto inedito, riportandomi con la memoria a quei tempi, ma senza i difetti di quegli anni.
Rendo

Un paio di settimane fa il mio amico Kappa (meglio noto come KayOne) mi ha chiesto, in veste di sua cara e vecchia amica (spero più cara che vecchia) di scrivere un breve pezzo su di lui da mettere nel suo nuovo catalogo, accennando al fatto che sono una delle poche che tra i requisiti avesse anche la capacità di scrivere in un italiano corretto (senza offesa per tutte le altre). Come non sentirmi onorata? A parte il mio odio verso le scadenze e gli impegni in genere, l'idea era davvero carina ed era anche un modo per esprimere finalmente, pubblicamente, tutto il mio affetto per Kappa, la mia ammirazione per il suo stile, l'orgoglio per la sua inarrestabile crescita artistica e perché no... anche la gratitudine per anni di analisi gratuita! Stasera lo devo vedere per dargli questo "pezzo" (anche se per noi i pezzi sono ben altri!), ebbene si mi sono ridotta all'ultimo... le idee non mancano quando penso a lui e a tutto quello che abbiamo passato insieme eppure tutto ruota intorno ad una singola immagine che ho di lui: muro di Giambellino, sotto il ponte, più o meno una quindicina di anni fa, per un lungo periodo passo di lì tutti i giorni e sto ore a fumare, ridere e mangiare, ogni tanto mi giro... ed eccolo lì, Kappa, bloccato come in un fotogramma con in mano una bomboletta, sembra che stia finalmente per tracciare una riga e invece nulla, e così per giorni e giorni, finchè un giorno mi giro e quello che vedo è un'esplosione di forme, colori e allo stesso tempo precisione e linearità. Ecco questo è Kappa per me, calma apparente che nasconde in sè (e grazie alla sua arte mostra a tutti noi) un'incredibile forza emotiva. Quando ti ho chiesto di descrivermi con una sola parola hai risposto Wuz, non esiste risposta più completa Kappa.
Wuz

Ho incontrato KayOne sicuramente dal Wag, e mi ricordo di una volta che ci ha accompagnato in visita al muro del MNP, la sua crew storica. Praticamente il loro museo "open-air", un luogo di altissima ispirazione per noi rapper degli OTR. Fierissimi di essere apparsi su "Tribe Magazine" la fanzine d'Hip Hop milanese dei primi '90. Su Tribe abbiamo potuto vedere i graffiti di KayOne assieme a quelli dei TDK, dei CKC e tutte le crew storiche milanesi. Più volte poi ci si incontrava all'ATM bar in Moscova, quando da Varese si veniva giù a Milano e ci si trovava il Kay, con la Geegee, Rendo, Jad e Ax, Fish, Zoid, Chief, Dusk, Zen, Craze, Ciri, Skizo, Danilo Paz e Dj Enzo... che bomba! Visto che non c'era internet era il modo più diretto e giusto di viversi l'Hip Hop. Lo stile del Kay era il top a Milano nei primi '90. Lettere, pupi , sfondi e colorazioni incredibili, soprattutto se si pensa che all'epoca si usavano solo Dupli e Talken, colori spray molto meno performanti degli spray in commercio oggi. Il risultato era incredibile e anche a livello di quello che si vedeva all'estero. Sono contento di incontrare Kay alle serate e alle mostre (dove spesso partecipa) qui a Milano ancora nel 2010, ci salutiamo come rappresentanti della vecchia guardia, ma anche come i ragazzini che eravamo nel nostro viaggio Hip Hop all'inizio della nostra carriera artistica. Big Up KayOne! Keep it fun!! 1 love.
Esa

KayOne

KayOne



Friends

Ho sempre ammirato K sin da ragazzino, quando ero un giovane writer di periferia e dove raggiungere la grande città era una delle mete più ambite, K era già una delle mie icone, un artista da "ammirare" e dove già da allora, attorno a se riusciva a creare una platea di spettatori. Parlo dei primi anni '90, dove il Graffiti Writing, arte costruita sull'espressione della propria creatività sul contesto urbano, era anche considerato vandalismo. KayOne è stato proprio uno dei primi a riuscire ad abbattere il confine fra arte e vandalismo e tra fascino e illegalità, dove tra il suo stile "pulito e netto" , la sua vasta creatività e la sua mirabile varietà di espressioni è riuscito a trasmettere al pubblico i veri concetti preposti. Con il passare degli anni si è venuta manifestandosi sempre più intensa la sua figura, KayOne è un'artista trasparente, le sue realizzazioni figurative che comprendono pitture su vari tipi di supporti, riescono a trasmettere anche la sua personalità dove forme e colori determinano vitalità e dinamismo. Se facciamo una rapida rassegna della sua produzione artistica, rileviamo che con il passare del tempo si manifesta sempre di più la sua intensa figura e sempre di più K si diverte con i suoi giochi preferiti: le sue mani d'oro e i suoi spray colorati. KayOne oltre ad artista, collega è anche un buon amico, lo considero una persona umile nonostante ormai la sua fama internazionale, una persona a cui piace regalare anche la sua "arte" anche a scopo benefico e penso proprio che questa mia espressione sia ripetuta anche da tutti i "fratelli writers", non per riempire qualche riga in più ma semplicemente perché è la verità. Avrei ancora tante cose da dire a riguardo di K, ma penso che già il suo nome dica tutto, voglio solo concludere dicendo che: arte è suscitare. Lo scopo dell'artista è proprio quello di suscitare emozioni attraverso il proprio canale creativo. Un'opera d'arte è tale quando ti concede anche un solo un attimo di fibrillazione... KayOne è questo.
Acme 107

Il mio primo incontro con Kay è stato in realtà con uno dei suoi puppet b-boy su un muro di Milano nei primi anni novanta. Le linee taglienti, i colori luminosi, i dettagli e gli "effetti speciali" catturarono il mio sguardo. I suoi pezzi avevano un classico gusto Hip Hop, ma con un che di ribelle. Il puppet era stiloso e catturava in pieno il senso dell'Hip Hop. Mi ricordo di aver studiato le linee pulite e gli "effetti speciali" per ore. A quei tempi stavo raccogliendo materiale per una fanzine e dovevo assolutamente pubblicare numerosi pezzi di Kay per mostrare alla Norvegia il meglio, almeno in parte, di quello che l'Italia aveva da offrire. Appena un paio d'anni dopo dipingemmo insieme a Milano e unimmo le nostre forze nella nostra crew, THP. Da allora, Kay ed io ci siamo incontrati il più spesso possibile sia in Norvegia che in Italia e ho tantissimi bei ricordi di diverse jam e mostre. Oltre ad essere fonte di ispirazione con la sua arte, Kay è anche un buon amico e qualcuno con cui passare delle belle serate. Da quando l'ho conosciuto, Kay è sempre stato fedele all'Hip Hop pur restando attuale senza mai smettere di stupirmi. Mi fa quasi incazzare per tutto ciò che riesce a concludere: pezzate, tele, mostre, workshop, jam, libri, eventi... sembra che Kay sia inarrestabile. È talmente concentrato che mentre dipingiamo insieme, nonostante i suoi pezzi siano molto più complicati e dettagliati dei miei, riesce comunque a finire sempre prima di me! È bello vedere come il suo lavoro sia in continua evoluzione e come allo stesso tempo riesca a mantenere un wildstyle dal marchio pulito e tagliente – dettagli astratti mescolati alle lettere, sempre con una chiara connessione alle origini dei Graffiti. Non vedo l'ora di vedere quale sarà la prossima uscita di Kay e di ascoltare altre sue pazze idee per il futuro!
Loze

Beh, ho appena compiuto 40 anni e sono felice di aver reincontrato Marco KayOne. Il piacere della sua presenza alla mia festa è però maggiore per il regalo che mi fa: il disegno originale ed incorniciato del primo Graffito fatto assieme a 16 anni. Finita la serata mi arriva una e-mail di Marco con una richiesta: scrivere qualcosa su di lui per il catalogo della prossima mostra. In un baleno la mente si tuffa nel passato a cercare di trovare il punto di inizio del nostro rapporto e della sua arte. Si perchè di Marco si tratta, mentre KayOne nasce come una cazzata da teenager ormonali che cercano freneticamente di trovare la loro identità. Io per esempio in quella veste mi facevo chiamare "Price" e, se facciamo i conti, sono passati 25 anni dall'ultima volta che ne ho vestito i panni. Un'amicizia da banchi di scuola che si conoscono più per l'attitudine scazzata e timida che per altro. Ma, caso vuole, in questa ricerca esistenziale scopriamo assieme un mondo, lo emuliamo ed interiorizziamo: nasce MNP – Milano Napalm Posse. Per farla breve, due senza Dio trovano un interesse comune: dipingere Milano con una missione al limite del religioso, visto che i banchi di scuola erano quelli delle Orsoline del Sacro Cuore. Procedendo con i ricordi la mia ricerca si perde tra musica, eventi e la voglia di scoprire il mondo mentre con Marco ci rivediamo ormai saltuariamente mossi da una fratellanza che nasce dalla genuina condivisione della nostra vita. Così, mentre io mi perdo, lui porta una "sega" da banchi di scuola a ben altri livelli: vuoi vedere che la determinazione monogama funziona? Credo che non ci sia una regola aurea per portare al successo gli impulsi adolescenziali ma sicuramente Marco ha dimostrato il suo valore contro ogni passaggio della vita e ogni etichetta; soprattutto ha dimostrato il suo talento. Lo sviluppo della potenza dell'espressione nei quadri di Marco è uno stupendo esempio di talento, di coerenza e di credo: è qualcosa con cui spesso mi ritrovo a misurarmi oggi, magari in altri ambiti, per esempio, quando mi sento responsabile per la mia famiglia. In fondo non posso essere da meno, visto che tutto questo l'abbiamo iniziato assieme.
Price

Ricordo ancora il primo incontro con Marco, all'interno della gallaria dove ho incominciato il mio percorso artistico... Marco, pur non conoscendomi era stato l'unico del gruppo a non guardarmi con sufficenza, dall'alto al basso, nonostante la sua decennale esperienza... poco dopo abbiamo condiviso due importanti mostre, a Benevento e a Sao Paolo in Brasile, ed è proprio grazie a quest'ultima che ho avuto modo di conoscere meglio Kay. Sono passati cinque anni da allora e l'ultima volta che l'ho visto, ho avuto il privilegio di realizzare un opera nel suo studio, che rappresenta a mio avviso l'identità di Marco. Nonostante il suo stile informale, caratterizzato da dripping, e movimenti cromatici, è ordinato e pulito, in controtendenza con tutti gli studi che ho avuto modo di vedere... ma Marco è così, in grado di dare e rappresentare il "disordine urbano" in maniera eccelsa, mantendosi elegante e distinto. Come nell'arte come nella vita quotidiana, non un "Giotto" ma un vero signore. Non parlo di Marco come il Giotto del futuro, ne di Marco come KayOne, parlo di Marco come uomo, compagno e collega di avventure... il Marco che mi ha visto e mi vede crescere, il Marco saggio che è sempre stato in grado di darmi ottimi consigli dall'alto della sua età (vecchiaccio), della sua grande professionalità e del Marco che con estrema onestà mi tira le orecchie quando sbaglio. Ci legano stima e rispetto, la passione per ciò che facciamo, nell'arte e nella vita da writer. Io feticista del Writing ho sempre trovato in lui un faro, un esempio da seguire per volonta e costanza. Il mio amico di Milano che mi ha insegnato la storia vissuta sulla sua pelle, dagli anni '80 fino ad oggi. Il Marco quarantenne, ancora pischello dentro, che con il suo stile old school riesce ad essere piu fresco di tanti nuovi adepti della cultura del graffiti writing. Parlo di Marco e di quello che ci mette quando lavora, delle sensazioni che fino ad oggi mi ha fatto sentire nella pancia con i suoi racconti, di ieri e di oggi. Un doveroso e sentito grazie Marcone.
She

Quando ho conosciuto Kay erano i primissimi anni '90. Ero al muretto e vidi Kay che stava facendo vedere le foto dei suoi pezzi ad alcuni ragazzi. Io gli chiesi dove fosse quel muro dipinto e lui mi disse che era il suo "Hall of Fame" di via Giambellino, aka Giambella. Gli dissi che sarei andato a trovarlo e così feci insieme al mio socio Krema. Da quel momento passai gran parte dei miei pomeriggi al muro di Kay con lui e gli altri membri della MNP. Ormai eravamo diventati amici: insieme si andava alle feste pazze, si bombardava la città e si andava a dipingere i treni. La nostra yard era lo scalo Tirana che ormai era come la nostra seconda casa visto la gran parte di tempo che ci passavamo. Eravamo così invasati che nonostante il gelo andavamo anche d'inverno e dovevamo asciugare il lato del treno con degli stracci da quanto era bagnato. Chi conosce Kay sa quanto ami la precisione nei suoi lavori e la cosa che mi colpì fu proprio vedere Marco dipingere i treni con la stessa meticolosità e tranquillità di quando dipingeva in "Hall of Fame" nonostante il rischio che correvamo. Ricordo che in quel periodo Fly fondò una mega crew chiamata XI blocco, in questo gruppo facevano parte varie crew della zona Nord di Milano. A volte faceva dei "writer corner" convocando tutte le crew di Milano, e a quel tempo non erano così tante, dove si discuteva dei vari problemi tra le diverse crew. Una volta anch'io andai insieme a Kay e alla sua crew ad un incontro: era come andare nella tana del lupo visto che a quei tempi non eravamo ben visti dalla parte Nord di Milano per via dei differenti stili di Graffiti che facevamo. Appena iniziò la riunione tutti cominciarono ad attaccarci. La cosa che mi è rimasta impressa è che Kay riuscì a tenere testa a tutti i quei writer accaniti mostrando foto d'oltreoceano, non facili da reperire in quel periodo, con pezzi identici ai loro lasciando così tutti a bocca chiusa. Insomma Kay in quella occasione tirò proprio fuori gli attributi.
Tawa

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