Heavy Metal: musica per analfabeti
che hanno scoperto un libro di cosmologia.


di Luca Beatrice

Senza voler ferire i romantici della tag, l'immaginario del writer, ormai, è un dolce ricordo. Il bomber dalla pelle scura, più volte olivastra, sicuramente non bianca, figlio bastardo della città che scivola a macchia d'olio in periferie di macerie e detriti, è già capitolo di storia. A dispetto di un pensiero comune, lo studio del fenomeno del graffitismo non sta solo nei saggi di sociologia e antropologia che hanno raccontato il non luogo metropolitano (Marc Augé) ma è inscritto nella storia dell'arte più di quanto sia dato pensare. Di più, si può dire che il "Writing" è stato avviluppato dalla critica ultra satura dell'art system come prefazione di un libro sulla generazione che oggi prende il nome di Street Art. Di quel passato illegale, ghettizzato, borderline ("di frontiera" come lo definì l'apripista del pensiero underground americano in Europa, Francesca Alinovi, negli anni 80) rimane solo l'estetica retrò di una Brooklyn senza WhatsApp, Twitter o FB, con il bisogno di gridare a un mondo allora più spietatamente reale i nomi prodotti dall'emarginazione causata da uno star system, borghese e sempre più elitario. L'inversione di marcia si è compiuta quando, come spesso capita per i movimenti che spingono dal basso, giornalisti, istituzioni e, in generale, i potenti della comunicazione massificata, disarmati dall'espandersi di una manifestazione tanto spontanea quanto inarginabile, hanno preferito inglobarla nel loro merchandising culturale e politico. Dalle leggi anti-graffiti si è passati ai festival di arte urbana, dalle telecamere a circuito chiuso seminate negli angoli bui delle città - binari delle stazioni e monumenti storici in primis - si è approdati ai contest legalizzati di bombing e murales. Le amministrazioni più illuminate hanno capito che il problema dell'invasione di scritte "imbrattamuri" non andava combattuto ma conquistato. Si è intravisto un talento che, nella maggior parte dei casi, includeva veri e propri geni dello stile. I writers, dal canto loro, hanno costruito, dai quei lontani anni '70 a oggi, un approccio sempre più "colto" alla loro necessità presenzialista muovendosi dal grigiore dell'anonimato. A ben vedere, la costola della Street Art è uno dei mercati più in voga nell'anno della crisi culturale ed economica. Aprono gallerie specializzate nelle capitali dell'arte italiana - Torino, Milano, Bologna, Roma – mentre chiudono i battenti quelle decretate vecchie da una nuova schiera di consumatori della creatività. Meno addomesticati di quanto si pensi, i nuovi artisti di strada hanno trovato il terreno fertile per dichiararsi, dopo anni passati nelle retrovie. Depongono le armi della guerriglia, per vestire gli abiti delle star. I riflettori sono puntati su di loro. Premesse fatte, KayOne vince la medaglia d'oro d'artista, con tanto di marchio di garanzia DOC e DOP, spolverando la pittura contemporanea, oggetto di una critica spietata per la sua incapacità di rinnovarsi, con la freschezza che solo un passato – e presente – da attivista griffittaro gli può garantire. Senza il rischio di confusioni di generi. La sua storia è a tutti gli effetti quella di un virtuoso del medium – lo spray – e dello stile - il lettering – come già detto da altre critiche spese a suo favore, non diverso da un approccio strettamente main stream di derivazione dall'Action Painting, l'Espressionismo Astratto e la Pop Art. Sia che provenga dal metallo di un vagone usato come tela, sia che la sua tela sia una porzione di quello stesso vagone portato dentro i confini di una galleria, i suoi lavori sono dichiaratamente "opere d'arte". Lo erano quando si muoveva per primo tra i binari delle stazioni e lo sono oggi che espone in sedi istituzionali. A cambiare è infatti il sistema e le sue leggi e insieme un'educazione visiva votata a riconoscere "l'arte" in tutte le manifestazioni pubbliche a essa connesse, graffitismo compreso. La Street Art porta una ventata di novità nell'universo un po' arrugginito da concettualismi egoriferiti delle nuove schiere di accademici; è sexy, appetibile, libera e graffiante. Se risulta difficile, quasi impossibile, far corrispondere un pensiero critico che accomuni giovani artisti emergenti, è più facile individuare nelle crew urbane, nelle loro sperimentazioni sempre più audaci di mezzi e strumenti in atto sulle pareti delle città, filoni e scuole. Ai padri putativi del free style di KayOne – Taki 83, Julio 204, Cat 161, Conrbread – fino ai maestri del puppets, dell'icona, del colore – Rammellzee, Crash, A One, Futura 2000, Obey – e i veri pionieri che hanno cucito il collezionismo altolocato con l'underground più spinto - Keith Haring, Jean-Michel Basquiat - si aggiunge la contaminazione con le avanguardie artistiche europee. Dalla prima apertura al movimento newyorkese (di cui i graffitari sopra citati facevano parte) nell'edizione del 1982 di Documenta a Kassel, si contano una serie prolifica di esperimenti che spalancano i battenti a nuove file di creativi. La storia della Street Art è fresca, e piace proprio perché è recente. Con soli trent'anni di vita, è come un adulto che, compiuta la sua maturità ormonale, impara a gestirne le potenzialità. Tutti dietro a volerne godere i frutti. In Italia, sono andate formandosi vere e proprie correnti e scuole con luoghi di appartenenza dichiarati e codici stilistici di riconoscimento sempre più sofisticati. Calligrafia, pittura in senso stretto, illustrazione, stencil, moda, fotografia, installazione e videoarte. Si sconfina nella tipografia, nel design e nella grafica. La convenzione dell'advertising si arricchisce dell'illegalità della prassi. Nell'era post graffiti, KayOne si è guadagnato un posto d'onore. È un "metallo duro". Ha mangiato l'asfalto, si è rotto le ossa e continua ad avere le mani sporche di colore. Tra i primi a sperimentare l'arte calligrafica urbana nella Milano postmodernista degli anni '80, ha conquistato anche il Pirellone portando i residui urbani "rubati" dalla strada all'interno dell'Olimpo dell'arte. Porzione di pelle metropolitana, nella compostezza del formato quadrato scelto, testimoniano la lunga strada percorsa dall'artista, bomboletta in mano e un sogno nel cassetto. I suoi interventi su metalli di varia natura assomigliano all'estetica rivisitata negli anni '00 da molti artisti di stampo costruttivista; penso alle esplosione di colore dell'artista tedesca Katharina Grosse che invadono i muri di gallerie e musei trovando nell'aerografo la bacchetta magica per mixare alchemiche composizioni di cromatismi, sfumature e geometrie. Fedele al lettering di strada, KayOne non risparmia i supporti con inserti di font sparpagliati e poi investiti dallo spruzzo. Propulsione a getto d'impulso, emotivo più che cognitivo, forte di un retaggio illecito che imponeva due parole d'ordine: precisione e velocità. Incappucciati nella loro felpe scure, museruola o fazzoletto antigas a garantire l'anonimato in una tag graffiata di fretta sul muro, i writers ripetevano nei contesti urbani un segno da amanuense ricercato con fame di espressione su un pezzo di carta, a tavolino, e studiato per mesi e mesi. Le scivolate di colore, tracce di luce su fondi compatti stratificati da sfumature e campiture piene, le linee sgocciolate, i serpentini vortici grafici come cosmici movimenti circolari impazziti, ricordano le sgommate di una moto che stride sull'asfalto. C'è l'estetica dell'action, del gesto improvvisato, performativo, di cui l'artista è attore e regista. Pollock e Rauschenberg hanno iniziato un modello declinato oggi in funamboliche interpretazioni sui generis. Si pensi ai virtuosismi intrapresi da Aaron Young, devoto ai motori pesanti, che traccia partiture di linee su enormi superfici calpestabili di alluminio dirigendo stuntman in sella a moto di alta cilindrata. Sgommate in senso stretto che percorrono il metallo e ne lasciano una traccia massiccia. Sono riff impazziti, sulle note del rombo di un'Harley, tanto rumore e via di corsa, perfetta cornice del set di un b-boy. Anche KayOne interpreta il drip painting della East Coast. Conosce l'eccezionalità del gesto acquisita nella rapidità del mordi e fuggi del militante urbano. La riporta nel formato da esposizione senza ridurne l'impatto visivo. Su spruzzi di acrilici extrafini Liquitex, stencil e collage, fa sgocciolare il pennello commutando l'imperfezione in equilibrio. Non c'è la leziosità dell'olio, né l'accademismo della sfumatura da manuale. È la scuola della bomboletta a gratificare la tecnica per la sua innata spontaneità mediatica. Bando al manierismo, KayOne insegna una prassi rigenerante nell'approccio alla pittura. È writer e pittore, il bad-boy di ieri è il best-boy di oggi. Scrivere sui ferri della città è il suo sport preferito (con o meno travestimento) e poco importa che si trovino dentro o fuori una galleria. L'importante è che di Street Art si tratti.



Luca Beatrice e KayOne

Heavy Metal: Music for illiterate people who have just discovered a book on cosmology.

Without wanting to hurt the feelings of the tag romantics, the imagination of the writer, is now a sweet memory. The bomber, dark-skinned, often olive, certainly not white, the bastard son of the cities that slips like wildfire in the suburbs of rubble and debris, is already part of history. Despite a common thought, the study of the phenomenon of graffiti is not only in the essays of sociology and anthropology, which told about the non-metropolitan area (Marc Augé) but it is inscribed in the history of art more than it is thought. Moreover, we can say that "Writing" was enveloped by the ultra saturated critic of the art system as a preface to a book on the generation, which is now called Street Art. All that is left by that illegal, ghetto, borderline ("of border "as defined by the forerunner of the American underground thought in Europe, Francesca Alinovi, in the 80s) past is just the "retro look" of a Brooklyn without WhatsApp, Twitter or FB, with the need to shout to the world back then more ruthlessly real the names created by marginalization caused by a elitist bourgeois star system. The reverse was accomplished when, as it often happens for movements that push from below, journalists, institutions and, in general, the powerful standardized communication, disarmed by the expansion of an event as spontaneous as shoreless, preferred to incorporate it in their cultural and political merchandise. Anti-graffiti laws have given way to urban art festivals, just as we have gone from CCTV cameras planted in the dark corners of the city – railways in stations and historical monuments above all – we have got to legalized contests with bombings and murals. The most enlightened governments have realized that the problem of the invasion of "wall-smudges" writings was not to be fought but to be conquered. A glimpse was caught, of a talent that, in most cases, included real style geniuses. The writers, on their side, have built, from those early '70s to the present, an approach that is more "cultured" to their needs to be present, moving from the gray anonymity. On closer inspection, the rib of Street Art is one of the hottest markets in the year of cultural and economic crisis. Galleries specializing in the capitals of Italian art open - Turin, Milan, Bologna, Rome – while those decreed old by a new group of consumers of creativity close their doors. Less domesticated than you may think, the new street artists have found fertile ground to declare themselves, after years spent in the rear. They lay their weapons for the guerrillas, the to dress up as stars. They are under the spotlight. Assumptions made, KayOne wins the artist's gold medal, complete with a hallmark of DOC and DOP, dusting contemporary painting, the subject of fierce criticism for its inability to innovate himself, with the freshness that only a past - and present - activist graffiti writer can provide. Without the risk of confusing the genres. His history is to all intents and purposes that of a virtuoso of the medium - the spray - and of style - the lettering - as mentioned by other reviews written in his favor, not unlike a mainstream approach closely derived from Action Painting, Abstract Expressionism and Pop Art. Whether it comes from the metal of a train car used as a canvas, and his canvas is a portion of that same car brought within the confines of a gallery, his works are avowedly "works of art"; as they were when he first moved among platforms of the stations and as he is now exhibiting in institutional settings. It is the system that changes and its laws and a visual education voted to recognize the "art" in all public events connected with it, including Graffiti. Street Art brings a breath of fresh air in a slightly rusty universe from self-referred conceptualisms of new row of academics; it is sexy, attractive, free and scratchy. If it is difficult, almost impossible, to match a critical thought bringing together young emerging artists, it is easier to locate lodgings and schools in urban crews, in their increasingly bold experiments of tools and instruments, which take place on the city walls. The putative fathers of KayOne's free style - Taki 83 Julio 204, Cat 161, Conrbread - up to the masters of puppets, icon and color - Rammellzee, Crash, A One, Futura 2000, Obey - and the true pioneers who have clinched the high-ranking collecting with the most forward underground - Keith Haring, Jean-Michel Basquiat - contamination is added with the European avant-garde art. From the first opening to the New York movement (of which the graffiti writers aforementioned are part) in the 1982 Documenta to Kassel, there are a prolific series of experiments that open their doors to new creative files. The history of Street Art is fresh, and it is liked because it is recent. Only thirty years of age, just like a grown up who has fulfilled his maturity hormone and is learning to manage its potential. Everyone in line wanting to enjoy the outcome. Actual currents and schools with declared places of origin and stylistic codes of recognition increasingly sophisticated have been founded in Italy. Calligraphy, painting in the strict sense, illustration, stencil, fashion, photography, installation and video art. It trespasses onto typography, design and graphics. The Convention of advertising is enriched by the illegality of the praxis. KayOne has earned a place of honor in Post Graffitism. He is "hard metal". He has eaten asphalt, has broken his bones and continues to have paint on his hands. Among the first to experience the art of calligraphy in an urban, postmodernist 80s' Milan, he has also conquered the Pirelli building, bringing municipal waste, "stolen" from the street and brought inside the Olympus of art. Underground portion of skin, still in the composure of the chosen square size reflect the long path crossed by the artist, spray can at hand and a hidden dream. His interventions on various kinds of metals resemble the aesthetics revisited by many constructivist artists over the years '00-, I think about color explosions of the German artist Katharina Grosse invading the walls of galleries and museums using the airbrush as the magic wand mixing alchemical compositions of colors, shades and shapes. Faithful to street lettering, KayOne does not economize on the media with inserts of scattered fonts and then covered in spray. Jet propulsion impulse, emotional rather than cognitive made strong by an illegal heritage, which required two passwords: accuracy and speed. Hooded sweatshirts in their dark muzzle handkerchief or gas mask to ensure anonymity in a tag scratched on the wall in a hurry, the writers repeated in urban areas a sign amanuensis sought with hungry expression on a piece of paper, table, and studied for months and months. Color spill, traces of light on compact surfaces stratified by tones and full backgrounds, the lines drained, the graphic serpentine whirls in circular motion seen as crazy cosmic circular movements, remind of the screeching of a motorbike that strides on the asphalt. We find the aesthetics of Action, of an improvised and performative gesture, of which the artist is an actor and director. Pollock and Rauschenberg began a model that as of today has been declined in acrobatic interpretations sui generis. Think of the virtuosity undertaken by Aaron Young, devoted to heavy-duty engines, who draws scores of lines on huge walking surfaces of aluminum, directing stuntmen riding high-powered motorcycles. Skids, in the strict sense, which go through the metal and leave a massive track. They're crazy riffs, the notes of the roar of a Harley, so much noise and a sudden run, perfect frame set for a b-boy. KayOne interprets the drip painting of the East Coast. Knows the exceptional gesture acquired in the speed of hit and run of the militant urban. He takes it back into the exhibition size without reducing the visual impact. Through squirts of extra-fine Liquitex acrylics, stencil and collage, he makes brushstrokes turning imperfection into balance. There is no affectation of oil or by the book academicism of the nuance it is the spray can school that gratifies the technique thanks to its innate media spontaneity. Call to mannerism, KayOne teaches a regenerating practice in the approach to painting. He is writer and painter, the bad-boy of yesterday is the best-boy of today. Writing on the metals of the city is his favorite sport (with or without disguise) and it doesn't much matter whether they are inside or outside a gallery. As long as it is about Street Art.






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