Il Writing prima del vandalismo,
gli anni d'oro di Milano.


di Alessandro Mininno

Questo testo è frutto di una chiacchierata estemporanea e destrutturata con KayOne. Le informazioni riportate rispecchiano gli argomenti emersi nella discussione, e costituiscono uno spunto per parlare della storia dei graffiti a Milano e in Italia. Ho sempre pensato che il graffiti writing fosse indissolubile dal vandalismo: scrivere il proprio nome, ovunque e in modo martellante, proprio dove non si può fare, rimarrà sempre per me l'idea più potente legata ai graffiti. Una lunga chiacchierata con KayOne, però, in una serata torrida del luglio milanese, mi ha costretto a confrontarmi con una visione del writing radicalmente diversa dalla mia. Kay mi ha riportato a un periodo storico (i primi anni novanta) in cui la percezione del writing come reato non esisteva: i graffiti erano un fatto insolito, allora, che le persone comuni osservavano con stupore e che le forze dell'ordine volutamente ignoravano, declassando pezzi e tag al rango di bagatella. Il writing non era certo considerato un crimine. È un aspetto molto importante: scrivere il proprio nome, disegnare le lettere sapendo che il rischio è ridotto, ti consente di prendertela con calma, lavorare al tuo stile, rifinire il pezzo e raggiungere un livello di complessità molto elevato. Quello che distingue Kay da un trainbomber: la possibilità di dedicarsi alle componenti stilistiche, di andare oltre la costipata superficialità a cui sei costretto da un'azione rapida in metropolitana. L'opportunità di esprimere se stesso nel proprio pezzo. La possibilità di considerarsi artista. Il mondo era diverso, per chi si avvicinava ai graffiti in quegli anni: l'approccio era pionieristico, l'informazione inesistente, internet sarebbe arrivata anni dopo. Le poche foto di graffiti, spesso scattate nel corso di viaggi all'estero (a Zurigo, a Ginevra, a Londra o New York) erano tesori da studiare e scambiare. Da studiare, talvolta, anche per imitare uno stile sviluppatosi altrove: il linguaggio del writing ha subito un'evoluzione limitata, nei suoi quarant'anni di storia. Kay concorda sul fatto che il novantacinque percento dei writer si accontentino di replicare modelli precostituiti, di scimmiottare un lettering inventato da qualcun'altro. Sono pochi coloro che riescono a piegare le regole del writing a una direzione tipografica differente: Delta, olandese, il primo writer a costruire il proprio lettering su un piano realistico e tridimensionale, è certamente uno di questi. Ma anche Bando, francese, iniziatore di un vero e proprio stile europeo. Nei primi anni in cui il writing si stava diffondendo in Italia la spinta all'innovazione era ancora molto forte. Solo per fare un esempio, non esisteva ancora una calligrafia "da writer", quel lettering che ormai è ordinario e abusato in molte pubblicità o su Mtv, ma che è frutto di un'evoluzione che assomma gli sforzi di tanti, singoli, writer. A Milano, writer come Shad, Madbob, Lemon, Graffio, Lord, Spyder7 e Flycat potevano vantare una calligrafia personale e ineccepibile già a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta. Certo, l'attenzione alla calligrafia non è un tratto comune a tutti i writer: non sono pochi quelli che, pur disegnando molto bene, rovinano un pezzo con una firma "brutta", mal realizzata. L'evoluzione per i giovani writer del 2009 è un processo terribilmente accelerato, quasi istantaneo: sono bombardati di stimoli, tra i graffiti che possono vedere in città, decine di riviste specializzate dedicate al fenomeno e infine internet, il più imponente e mutevole archivio fotografico dove ogni writer può pubblicare le foto dei propri pezzi e guardare quelle degli altri. Se un tempo l'apprendimento veniva da una lenta evoluzione, una progressione che riguardava lo stile espressivo e i materiali, oggi molti passaggi vengono saltati e contratti, per arrivare a un risultato finale che spesso risente della mancanza delle basi. Il wildstyle, lo stile complesso usato – tra gli altri – da KayOne, è comunque basato su un lettering semplice, su uno stampatello che viene elaborato e decorato con frecce, spezzature e svolazzi. Se non si impara prima lo stampatello, è molto difficile realizzare un wildstyle solido, in cui le lettere siano riconoscibili. È interessante notare come gli spray, lo strumento principale con cui i writer disegnano, si siano trasformati ed evoluti in soli vent'anni. Vero Spray e Hobby Color, le bombolette che venivano utilizzate negli anni novanta, avevano un tratto sporco e difficile da controllare. Come succede in altre forme espressive (pensiamo alla pittura en plain air, resa possibile dalla tempera in tubetto), lo strumento condiziona lo stile. I graffiti degli anni novanta, realizzati con bombolette scadenti, dovevano avere delle linee brevi e spezzate, più facili da tracciare con un tratto rapido e netto. Anche nel caso in cui venissero utilizzati spray costosi come Dupli Color o Talken, o addirittra Buntlac, bombolette per artisti che contenevano vernice acrilica anziché smalto. Alcune tinte, quelle più coprenti, diventavano famose e ambite: come il Grigio Renault o l'Ultra Color delle Dupli. Nemmeno i tappini, con cui è possibile modulare il tratto, erano facilmente reperibili: i wildstyle di pionieri del writing milanese come Spyder7, Flycat, Madbob, Shad erano realizzati con il tappino "originale", quello venduto insieme alla bomboletta, uno strumento che non era certo ideale e anzi rendeva il loro lavoro decisamente più arduo. Gli strumenti per scrivere venivano acquistati all'estero, o realizzati dai writer stessi. KayOne è stato il primo a Milano a possedere un marker newyorkese piatto, largo quattro centimetri: il New York City wide, utilizzato per taggare dai mostri sacri come Zephyr (solo per citarne uno). Airone, membro della THP, la crew di Kay, è stato il primo in Italia a importare Belton, una marca di spray tedeschi: i writer importavano spesso i colori in prima persona, perché i commercianti non ritenevano (a torto) che i graffiti fossero un mercato interessante. Lo stesso accadeva in altre città: Hekto, a Roma, fu il primo a importare le spagnole Montana. Nel 1990 l'atteggiamento delle istituzioni nei confronti del writing era ancora morbido e favorevole: lo dimostra la manifestazione realizzata in occasione dei mondiali del 1990, promossa dal Comune di Milano, che aveva come obiettivo la realizzazione del "graffito più lungo del mondo". Per diverso tempo tutti i writer della città dipinsero gratis, con gli spray che si erano portati a casa da quell'evento. Con l'esplosione del fenomeno nei tardi anni novanta, Milano sarebbe stata massacrata da un'ondata di tag e throw up, e il Comune e Assoedilizia avrebbero cambiato linea, anche intuendo le possibilità economiche nascoste dietro al mercato della pulizia dei palazzi (un business da otto milioni di euro, nel 2009). In Italia non esistevano vere e proprie riviste che parlassero di graffiti: i writer si muovevano nel vuoto informativo. Fanzine di poche pagine, fotocopiate e distribuite a mano o per posta, rendevano conto di una sottocultura che stava iniziando a formarsi: si chiamavano "Trap" o "Aelle". Dalla Svizzera arrivava "14k", che prese in fretta la forma di un vero e proprio magazine: da qui, Kay ebbe l'idea di creare "Tribe", una rivista stampata in grande formato, a colori. "Tribe", interamente autoprodotta da una redazione di soli writer, è stata per anni una delle iniziative editoriali più professionali e interessanti sui graffiti italiani e milanesi: ogni numero conteneva centinaia di foto, accompagnate da articoli e interviste. È la dimostrazione di uno spirito di ricerca e di produzione molto particolare che, probabilmente, sì è nel tempo diluito o ha preso altre forme. I writer come Kay erano veramente avventurieri: dovevano costruire l'immaginario del proprio mondo. Documentare. Scrivere. Fotografare. Stampare. Erano costretti a essere intraprendenti, e sentivano con forza la responsabilità di una cultura (una sottocultura) sulle proprie spalle. Probabilmente i writer di oggi non sentono più questa responsabilità: possono salire sulle spalle dei giganti, perché una buona parte della strada è già stata percorsa. Kay è uno dei giganti: qualunque sia il suo attuale percorso, vale la pena di seguirlo, perché ha aperto la strada a molti e fa parte della storia del writing italiano.



Writing before vandalism, the golden years in Milan.

This text is the fruit of an impromptu and unstructured conversation with KayOne. The information it contains reflects the topics which emerged in the discussion, and it offers much food for thought about the history of graffiti in Milan and Italy. I always thought graffiti writing was inseparable from vandalism: writing your own name insistently and all over the place, just where you're not meant to, will always remain my most powerful idea associated with graffiti. However in a long conversation with KayOne, one sultry July evening in Milan, compelled me to face up to a vision of writing that was radically different from mine. Kay took me back to a historical period (the early nineties) when the perception of writing as an offense did not exist: graffiti were not common at that time, and ordinary people used to look at them with astonishment. The forces of law and order deliberately ignored them, dismissing "pieces" and "tags" as trivial. Writing was certainly not seen as a crime. This is a very important factor. Writing your name, tracing the letters knowing no great risk is involved, means you can take your time, focus on your style, give the piece a careful finish and achieve a very high level of complexity. This is what distinguishes Kay from a train bomber: the ability to lavish care on stylistic features, to go beyond a constipated superficiality which you're forced into by a hurried action in the subway. The opportunity to express yourself in your piece. The possibility to see yourself as an artist. The world was different for those who began working on graffiti in those years. The approach was pioneering, information nonexistent, Internet arrived only a few years later. The few photos of graffiti, often snapped while traveling abroad (in Zurich, Geneva, London or New York) were treasures to be studied and swapped. Studied, sometimes even to imitate a style developed elsewhere. The vocabulary of writing has undergone a limited evolution in its forty-year history. Kay agrees that 95% of writers content themselves with repeating existing models, aping a style of lettering invented by someone else. Not many of them succeed in taking the rules of writing in a new typographical direction. Delta, the Dutch writer, was the first to build up his own lettering on a realistic three-dimensional plane. He's certainly one of them. Then there's Bando, who's French, and is the founder of a true European style. In the early years, when writing was spreading in Italy, the urge to innovate was still really strong. For example, there didn't yet exist a writer's style of lettering of the kind that is now widespread and overworked in a lot of advertising or on MTV, but which is the fruit of a cumulative evolution of the efforts of a lot of different individual artists, writers. In Milan writers like Shad, Madbob, Lemon, Graffio, Lord, Spyder7 and Flycat could boast a personal, impeccable style of lettering already by the late eighties or early nineties. Of course a concern with lettering is not a trait shared by all writers. There are plenty of people who will draw really well then spoil a piece with an ugly signature, poorly executed. Development for young writers in 2009 is a terribly fast process, almost instantaneous. They're bombarded with stimuli, what with the graffiti they see in the cities, in dozens of specialist magazines devoted to the subject and finally on Internet, the most striking and constantly changing photographic archive, where writers can publish photos of their pieces and study at other people's. While once learning was a gradual development, a progression that affected a writer's expressive style and materials, today a lot of stages in the process are skipped or cut short, and the final result often reflects the lack of a proper basic training. But wildstyle, the complex style used by KayOne (among others) is based on simple lettering, with block letters elaborated and decorated with arrows, breaks and twirls. If you don't start by learning block lettering, it's hard to do a solid wildstyle in which the letters will be recognizable. It's interesting to see how spray cans, the main tool writers use in their drawings, have changed and developed in just twenty years. Vero Spray and Hobby Color, the aerosol sprays used back in the nineties, left a coarse line and were hard to control. As happens with other forms of expression, the instrument conditions the style. Think of painting en plain air, made possible by tempera in tubes. Graffiti in the nineties was executed using poor quality cans. It had to be done in short broken lines because they're easier to draw rapidly and cleanly. This was true even when expensive sprays were used, like Dupli Color or Talken or even Buntlac, which were artists' spray cans using acrylics instead of enamel. Some colors, the most opaque, became well-known and much sought-after, like Renault grey or Dupli Ultra Color. Even the caps used to vary a line were hard to find. The wildstyle pieces by pioneers of Milanese writing like Spyder7, Flycat, Madbob and Shad, were done using the original cap, the one sold together with the aerosol spray, an instrument that was far from ideal. In fact it made their work a lot harder. Instruments for writing would be purchased abroad or sometimes made by the writers themselves. KayOne was the first in Milan to own a flat New York marker, four centimeters wide: New York City wide, used for tagging by such sacred monsters as Zephyr, to give just one example. Airone, a member of the THP, Kay's outfit, was the first in Italy to import Beltons, a German brand. Writers often imported paints themselves, because dealers wrongly believed graffiti would never be a lucrative market. The same happened in other cities. In Rome Hekto was the first to import Spanish Montanas. In 1990 the official attitude towards writing was still easy-going and favorable. This was shown by the exhibition organized for the 1990 soccer World Cup in the City of Milan. Its stated objective was to produce the "world's longest graffiti." For a while all the writers in the city painted for free, using aerosol cans they brought from home for the event. With the explosion of the phenomenon in the later nineties, Milan was overwhelmed by a wave of tags and throw-ups, and the City and Assoedilizia (representing property owners) eventually changed their line, scenting the economic potential of the market for cleaning the exteriors of buildings (a business worth eight million euros in 2009). In Italy there weren't any real magazines devoted to graffiti. Writers moved in an information void. Fanzines a few pages long, photocopied and distributed by hand or mailed, gave some account of a subculture that was beginning to grow up. They had titles like Trap or Aelle. From Switzerland came 14k, which rapidly grew into a real magazine. This gave Kay the idea of creating Tribe, a magazine printed in large format and color. Tribe, completely self-published by an all-writer editorial staff, was for years one of the most professional and interesting publications to deal with Italian and Milanese graffiti. Each number contained hundreds of photos with articles and interviews. It reveals a very special spirit of research and production, though it has likely got watered down or taken other forms with time. Writers like Kay were really adventurers. They had to construct the imagery of their world. Document it, write, take photos and then print. They were forced to be enterprising, and they really felt the responsibility for a culture (a subculture) that rested on their shoulders. Probably today's writers no longer feel this responsibility. They can sit on the shoulders of giants, because a lot of progress has already been made. Kay is one of the giants. Whatever the path he's following at present, it's worth following, because he paved the way for a lot of others and is part of the history of Italian writing.






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