Una tavolozza d'asfalto.

di Francesca Porreca

La vicenda artistica di KayOne si configura come un percorso fatto di contaminazioni - tra la strada e la tela, lo spray e le gocciolature di colore acrilico, il lettering e lo studio grafico, la componente istintiva e il controllo attento della composizione. Proprio per questo si rivela affascinante la possibilità di ripercorrere, in questa mostra, l'evoluzione del linguaggio di uno dei più importanti street artist italiani, che non ha mai rinnegato le origini e anzi ha saputo mettere a frutto la propria esperienza nel settore della grafica, della pubblicità e in quello più strettamente artistico, realizzando opere che registrano grande successo nel campo del collezionismo e della critica, delle gallerie e delle istituzioni, inserendosi appieno nel sistema dell'arte contemporanea. Nell'approccio alla tela, la strada rimane per KayOne straordinaria fonte di ispirazione, non tanto come riferimento figurativo, quanto piuttosto come serbatoio di materiali e di senso: i colori sono prelievi diretti dal mondo urbano (il nero ottenuto dal bitume, il bianco dalla vernice per le strisce pedonali) e dalla graffiti art (lo spray è presente come magmatico colore di fondo, in quanto carattere imprescindibile da cui scaturisce tutto il resto). Interessanti sono anche i dettagli figurativi inseriti a collage nella composizione astratta, citazione pop che rimandano ai prelievi di Mimmo Rotella dai cartelloni pubblicitari e alle sperimentazioni dell'informale americano (si pensi in particolare ai combine painting di Rauschemberg). L'utilizzo delle lettere, ritagliate e incollate sulla tela, non dipinte, è certamente un particolare originale poiché strizza l'occhio alla ricerca (da graffitaro) sul lettering del proprio nome - stile in cui KayOne si è dimostrato un maestro, preciso e creativo - che prevede l'elaborazione di grafie intricate e complesse che evolvono nel disegno fino a dissolversi nel wildstyle. L'obiettivo è naturalmente quello di diffondere e rendere riconoscibile il proprio nome come un marchio di stile ben preciso. È lo stesso KayOne a ricordarci che "la diffusione del proprio nickname è il punto di partenza per ogni writer, imparare a realizzarlo con stile è la conclusione". È quasi superfluo notare che la circolazione del nome e la ricerca di uno stile riconoscibile siano elementi fondamentali del writing tanto quanto del mondo dell'arte più "tradizionale". Trovare uno stile al di là del proprio nome è probabilmente ciò che segna il passaggio tra essere un writer ed essere un artista.
D'altra parte, la presenza di lettere e inserti a collage denota l'unione delle due anime del percorso creativo di KayOne, quella dello street artist e quella legata alla grafica e al linguaggio pubblicitario. In entrambi i casi, il senso va comunque cercato oltre il mero significato linguistico, così come accade nelle opere su tela, superfici caratterizzate dalla stratificazione e da una verve sintetico-immaginativa che guarda da un lato alle parole in libertà del futurismo e all'uso del collage caratteristico delle sperimentazioni cubiste, dada e surrealiste, dall'altro agli esempi del lettrisme di Alain Satié, che esalta il valore estetico del segno alfabetico oltre il suo significato semantico (la sua serie Murs d'atelier d'artiste del 1974 va in effetti riconosciuta come straordinario antecedente per la graffiti art che invaderà New York pochi anni più tardi). Per Satié e i suoi compagni, la lettera va intesa come una nuova struttura formale grazie alla quale fondare un campo di lavoro autonomo, ricco ed inesauribile. Niente di più simile al writing urbano dunque!
Non deve stupire l'abilità di KayOne di coniugare la suggestione della strada alle avanguardie e ai movimenti più innovativi del Novecento, dal momento che proprio questi gruppi di sperimentatori si erano posti per primi il problema di far confluire - anche in modo diretto - la vita nell'arte. La forza dei quadri di KayOne sta proprio nella capacità di attirare chi guarda in un universo di sensazioni, emozioni, significati, la cui energia dirompente evoca la strada senza bisogno di rappresentarla. Il rapporto dell'artista con la materia appare viscerale, teso a sottolineare la plasticità della pittura, le sue qualità dinamiche e tattili, oltre che visive, con l'obiettivo di trovare una nuova dimensione significante attraverso composizioni polimateriche e associazioni insolite. In questo modo, l'arte di KayOne sembra essere in grado di dialogare con la realtà senza mediazioni, grazie a una pittura corposa e densa in cui si mescolano vernici, sabbie, polveri d'asfalto, spray, pigmenti, smalti, e poi carta, legno, metallo… tecniche e materiali ibridi, dal significato complesso e stratificato, che si distinguono per un riferimento istintivo al contesto urbano in grado di trascendere e ampliare la dimensione pittorica tradizionale. Nelle opere di KayOne il prelievo di realtà è dunque minimo, ma risulta amplificato dalla forte componente gestuale e materica della sua pittura, che riesce a trasmettere quel senso di "ruvidezza" che viene direttamente dal contatto con la strada. Le superfici non sono mai levigate, ma appaiono come esito di un'operazione di scavo nelle emozioni, che si traduce in intensa gestualità - emotiva e controllata al tempo stesso - grazie alla quale segno e colore acquistano incisività.
Energia e spontaneità sono naturalmente elementi derivati dall'esperienza di writer, insieme alla rapidità, che sulla strada è data dalla velocità dell'esecuzione imposta dalla situazione, mentre sulla tela si concretizza in modo più meditato, nelle linee dinamiche che si inseguono, si incrociano, si sovrappongono, si accendono in punti luminosi. Il controllo dell'equilibrio e delle sovrapposizioni di segni e colori è particolarmente curato, l'elemento vorticoso è parte di un'operazione quasi ipnotica nei confronti della realtà, che sembra lasciare tracce nel colore fresco, pronto a catturare l'istante - come quando accade di calpestare per caso le linee bianche appena rifatte sull'asfalto.




Giovanni Faccenda, KayOne, Francesca Porreca, Alessandro Mantovani





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