CONFINE

Milano, MiArt Gallery, Via Brera 3, 29 giugno / 17 luglio 2016
Mostra personale a cura di Claudia Notargiacomo

KayOne

kayone fluxus

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L'artista, pioniere del Graffiti Writing e riferimento per le nuove generazioni, racconta con questa mostra la relazione che lega realizzare Graffiti in strada e portare il proprio lavoro anche su tela. È attraverso l'esecuzione di una vera e propria performance realizzata per il pubblico che KayOne proporrà l'arte di strada eseguita su pareti allestite appositamente sulle vetrate della galleria di via Brera, contemporaneamente all'interno della galleria le pareti bianche saranno sfondo per i lavori su tela e lamiera, a descrivere il superamento di spazio e tempo, del confine tra questi spazi. KayOne fa rivivere negli spazi di Miart Gallery lo straordinario viaggio compiuto dal Graffiti Writing e dalla Street Art in trent'anni di cammino, dai muri grigi della città agli interni delle più importanti gallerie e musei internazionali. Colori, lampi, luci tra i quali si fa strada la bianca evanescenza che ritroviamo al centro di ogni opera dell'artista. Una ricerca dell'animo, che viaggia attraverso lo spazio e il tempo, in perenne moto, l'approdo e il principio, legati in un inevitabile susseguirsi di nuove fasi.

"Con i miei lavori cerco di portare il sapore della strada su una tela; quadri molto materici, pezzi di muro estrapolato, decontestualizzato, testimonianza della velocità della strada, con il suo carico di forza, colore e vita."

Il Graffiti Writing e la Street Art con il suo compito sociale di testimonianza di ciò che accade nella vita reale, per la strada, è allo stesso tempo testimonianza di ciò che accade nell'anima, alla continua ricerca del proprio luogo, salvo una volta approdata prepararsi per una nuova partenza e il superamento di un nuovo confine.

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Intervista di Annalisa D’Amelio

Qualche pomeriggio fa, mi chiama una mia amica e m’invita ad una mostra. 
Lei: Annalisa, vuoi venire ad una mostra sulla street art?
La mostra di KayOne, a cura di Claudia Notargiacomo, resterà aperta fino al 17 luglio 2016.
Io: Il suo nome non mi è nuovo, ma non lo conosco. Ok ti accompagno!

Sapete oramai, quanto sia poco incline agli appuntamenti prefissati in merito all’arte e quanto mi lasci trasportare sempre dagli eventi. Arrivo senza nessuna preparazione e nessun preconcetto, libera di farmi arrivare ciò che l’arte mi avrebbe comunicato. Entro e vedo delle tele: armoniose, ben lavorate e dinamiche.
Però, ho pensato! Qui necessita un approfondimento. Dopo poco, mi faccio presentare l’artista presente al vernissage e gli chiedo se è possibile fargli qualche domanda in merito al suo lavoro. Lui; disponibile, aperto e veloce affine alle sue tele, acconsente di buon grado.

Ve lo presento: Marco Mantovani in arte KayOne.
Quando hai iniziato il tuo percorso?
Ho iniziato a dipingere per strada nel 1988, avevo quindici anni. Ho avuto modo di vedere una delle “Bibbie” internazionali del graffiti writing di New York. In quel periodo stavo frequentando il liceo artistico e mi sono lasciato naturalmente trasportare da questo movimento.
Che cos’è il linguaggio della street art?
Io arrivo dal graffiti writing, antecedente alla street art, che i media hanno incorporato come street art, come tutte le attività che vengono fatte per strada. Ci stiamo allontanando dal graffitismo, sono due linguaggi diversi. Io ho iniziato a dipingere senza chiedere i permessi. Ho iniziato illegalmente portando avanti il loro credo, ma in realtà allora non avevamo coscienza di quel che stavamo facendo.
Qual è stata la tua prima opera?
La mia firma è stata la mia prima opera. Un writer inizia sempre così; con il suo nik name. Fa una ricerca calligrafica del proprio nik name e da lì parte la sua evoluzione. Questo ti porterà a realizzare quello che l’evoluzione del graffitismo verrà chiamata wild style.
Hai abbandonato il graffitismo?
Li divido come linguaggi, continuo a fare graffiti per strada, sia nella loro forma originale che per il tipo di ricerca. Nel frattempo, ho portato avanti un linguaggio artistico indipendente da quello di strada. Le opere in galleria non sono altro che pezzi di muro che decontestualizzo, ma cercando di fermare l’energia della strada, con tutta una serie di elementi che appartengono ai linguaggi della strada, anche i colori.
Cosa ti piace fare di più?
Mi piace fare le tele quando sono saturo di muri e mi piace fare i muri quando sono saturo di tele.
Progetti futuri?
Se tutto quadra farò una mostra molto importante a New York. Nella sostanza, se questo week end ci sarà del bel tempo andrò a fare un altro muro.

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HOPE - Mix media on canvas, cm 190 x 130, 2016






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