WRITING THE CITY

Castello Visconteo di Pavia - Piazza Castello, Pavia - 15 ottobre / 14 novembre 2010
mostra personale a cura di Giovanni Faccenda - Catalogo Stradedarts

con il patrocinio di Governo Italiano - Ministero della Gioventù, Regione Lombardia,
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Provincia di Pavia, Comune di Pavia


La mostra personale di KayOne, Writing the city, a cura di Giovanni Faccenda. Nel suggestivo contesto rinascimentale del Castello Visconteo di Pavia, prosegue il lavoro di KayOne, che porta in mostra i suoi ultimi lavori, proseguimento naturale dello studio iniziato nel 2009 con la mostra alla Triennale Bovisa.
Qualche bizzarro arbitrio e non pochi fraintendimenti esegetici hanno di fatto reso lacunoso, sinora, il necessario approfondimento critico dell’opera di KayOne, figura emblematica della graffitismo italiano e, nondimeno, di quella internazionale. In un ambito, culturalmente più ampio, i lavori ordinati per la mostra al Castello Visconteo di Pavia richiamano l’attenzione della spettatore sulla coerenza di un linguaggio che insiste fino alla stagione espressiva più recente di questo protagonista della scena contemporanea.








KAYONE. STREET ART O (NUOVA) STRADA DELL’ARTE?
di Giovanni Faccenda

«Non ho perduto la voglia di dipingere muri, treni, le stazioni della metropolitana. Continuo a farlo utilizzando altri supporti, ma nessuno, credo, ancora se ne è accorto».
K. Haring (Pisa, estate 1989)


Qualche bizzarro arbitrio e non pochi fraintendimenti esegetici hanno di fatto reso lacunoso, sinora, il necessario approfondimento critico dell’opera di KayOne, figura emblematica della Street Art italiana e, nondimeno, di quella internazionale. In un ambito, dunque, geograficamente più ampio, anche in termini culturali, è il caso di rivisitare, sia pur sommariamente, l’itinerario espressivo di questo cittadino del mondo, nato fatalmente a Milano. Writer della primissima ora, in un’Italia – quella della seconda metà degli anni Ottanta – che osservava le alterne fortune della Transavanguardia anche in America, proprio nell’America inquieta e ribelle dei graffiti, egli avverte la sua maggiore e più duratura folgorazione. Un libro, Spraycan Art, diviene la sua bibbia; l’Hip Hop, il frisbee, la breakdance, il sale della vita; treni, pensiline, i muri delle strade soprattutto, il luogo della sua affermazione in quel palcoscenico immenso quanto distratto che insiste ad ogni latitudine. Il writing, dunque, come un «urlo a colori», e tuttavia la meno urlata manifestazione di sé attraverso l’ossessiva ripetizione del proprio nickname. La ricerca di uno stile personale, di una cifra esclusiva che guadagni quella riconoscibilità che equivale, in questo versante, a sicura notorietà, è uno dei principali assilli di KayOne al suo esordio. Ogni possibile riferimento, all’alba dell’ultimo decennio di un secolo florido di accadimenti, sfuma peraltro in uno scenario alquanto variegato, mentre sempre più marcate sono le diversità concettuali tra il graffitismo europeo e quello americano, orfano, ormai, dei suoi più celebri padri putativi: Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. KayOne, insieme a pochissimi altri, guarda con curiosità ed entusiasmo al volgere di questo fenomeno, tanto da diventarne, subito consapevolmente, uno dei pionieri nel nostro paese. Ha talento da vendere, ma preferisce regalarlo ai muri, perché vuole lasciare un segno, una traccia, partecipare agli altri qualcosa che riguarda il proprio universo interiore. Si è parlato di analogie tra graffitismo e pitture rupestri, e il pensiero corre alle Grotte di Altamira: allora gli uomini raffiguravano quanto riguardasse il loro quotidiano in una prospettiva esterna; il writer, al contrario, è sempre stato stimolato da urgenze psicologiche più nascoste. A queste tende, con crescente interesse introspettivo, KayOne, nel divenire di un percorso, umano e creativo, che incontra, durante il primo lustro del nuovo millennio, una clamorosa consacrazione: dopo tanti anonimi e scalcinati muri urbani, sono le levigate pareti di collezionisti facoltosi ad accogliere le opere dei writers più talentuosi. In questa ristretta cerchia, limitandosi al solo contesto europeo, KayOne è con il tedesco Mirko Daim Reissler, l’inglese Banksy, i francesi 123Klan. È, KayOne, tra quelli che indichiamo come i protagonisti di una Street Art internazionale, per il piglio autonomo e innovatore di un linguaggio, prossimo, anche – in una pregevole linea di continuità –, a taluni intendimenti estetici e pittorici che hanno determinato svolte epocali nelle molte e distinte stagioni del Novecento.



Bisogna tuttavia evitare di indicare pretestuose discendenze: KayOne, infatti, resta un graffitista prestato al mondo dell’arte. Non ha abbandonato scarpe, cappellino, felpa con il cappuccio e la cintura con il suo nome – ovvero il famoso street wear –, e tuttora, ad accenderlo, sono adrenaliniche palpitazioni, che certo qualcosa hanno di quelle, memorabili, provate mentre dipingeva, di notte, i vagoni di un treno fermo ad un binario morto della stazione. Ma la tela, oggi, raccoglie altre sue intenzioni, e sebbene egli continui ad essere ciò che dipinge non è difficile scorgere, tra retinature e colori che gocciolano come tanti sogni liquefattisi al sole infido della contemporaneità, il caleidoscopio sentimentale di una generazione – la sua, la nostra – persa nella nebbia dell’incertezza e della precarietà, afflitta da un oscuro malessere, satura di immagini, slogan e pixel disseminati ovunque, forse, per far creder a tutti di capire cosa, in realtà, non deve capire nessuno. Tanti e tali umori fecondano una pittura in cui qualcuno ha notato tangenze con l’esercizio di Vedova, de Kooning e Pollock, accettabili soltanto se confinate all’orbita del fare, alla condotta gestuale dell’artista nell’atto del dipingere. Ma l’opera di KayOne è altro, e altre sono le sue regole, ferree come quelle seguite da ogni autentico graffitista. Il background è quello, solido e continuamente esternato. La tela, ora, è soltanto qualcosa di più convenzionale – per il sistema – rispetto al muro, ma in essa KayOne continua a non rinnegare nulla di ciò che è stato. «Il sistema si cambia una volta che ne sei dentro», disse una volta Haring a Pisa. Ad alcuni sembrò una dichiarazione di resa, ma era esattamente il contrario. Nella bomboletta spray vivono, nebulizzate, ansie, inquietudini, illusioni. Non importa dove, ma come, e con quale forza, un autore riesce ad esprimerle, a comunicarle agli altri esseri umani. Il colore è l’inchiostro con il quale egli scrive il libro della propria esistenza, e ogni dipinto diventa una pagina di scoperte e rivelazioni. KayOne, da tempo, ha deciso di offrirci questo. Che sia ispirato ai principi dello Sturm und Drang o dell’Action Painting, dell’Informale o dell’Espressionismo astratto, poco conta. Quando, tra qualche anno – ma accade già oggi –, le sue opere si potranno ammirare, pagando il biglietto, anche nei musei, qualcuno avrà ancora modo di goderne di inedite e certo non meno belle su muri dimenticati di qualche distratta periferia metropolitana. KayOne ne sarà ugualmente lieto. Certo, pensando all’importanza della sua figura, a quanto invero abbia contributo, con il proprio lavoro, al riscatto di questo sempre meno discusso genere di pittura, una domanda, in ultimo, balena indifferibile e persino necessaria: Street Art o (nuova) strada dell’arte?





Una tavolozza d'asfalto.
di Francesca Porreca


La vicenda artistica di KayOne si configura come un percorso fatto di contaminazioni - tra la strada e la tela, lo spray e le gocciolature di colore acrilico, il lettering e lo studio grafico, la componente istintiva e il controllo attento della composizione. Proprio per questo si rivela affascinante la possibilità di ripercorrere, in questa mostra, l’evoluzione del linguaggio di uno dei più importanti street artist italiani, che non ha mai rinnegato le origini e anzi ha saputo mettere a frutto la propria esperienza nel settore della grafica, della pubblicità e in quello più strettamente artistico, realizzando opere che registrano grande successo nel campo del collezionismo e della critica, delle gallerie e delle istituzioni, inserendosi appieno nel sistema dell’arte contemporanea. Nell’approccio alla tela, la strada rimane per KayOne straordinaria fonte di ispirazione, non tanto come riferimento figurativo, quanto piuttosto come serbatoio di materiali e di senso: i colori sono prelievi diretti dal mondo urbano (il nero ottenuto dal bitume, il bianco dalla vernice per le strisce pedonali) e dalla graffiti art (lo spray è presente come magmatico colore di fondo, in quanto carattere imprescindibile da cui scaturisce tutto il resto). Interessanti sono anche i dettagli figurativi inseriti a collage nella composizione astratta, citazione pop che rimandano ai prelievi di Mimmo Rotella dai cartelloni pubblicitari e alle sperimentazioni dell’informale americano (si pensi in particolare ai combine painting di Rauschemberg). L’utilizzo delle lettere, ritagliate e incollate sulla tela, non dipinte, è certamente un particolare originale poiché strizza l’occhio alla ricerca (da graffitaro) sul lettering del proprio nome - stile in cui KayOne si è dimostrato un maestro, preciso e creativo - che prevede l’elaborazione di grafie intricate e complesse che evolvono nel disegno fino a dissolversi nel wildstyle. L’obiettivo è naturalmente quello di diffondere e rendere riconoscibile il proprio nome come un marchio di stile ben preciso. È lo stesso KayOne a ricordarci che “la diffusione del proprio nickname è il punto di partenza per ogni writer, imparare a realizzarlo con stile è la conclusione”. È quasi superfluo notare che la circolazione del nome e la ricerca di uno stile riconoscibile siano elementi fondamentali del writing tanto quanto del mondo dell’arte più “tradizionale”. Trovare uno stile al di là del proprio nome è probabilmente ciò che segna il passaggio tra essere un writer ed essere un artista. D’altra parte, la presenza di lettere e inserti a collage denota l’unione delle due anime del percorso creativo di KayOne, quella dello street artist e quella legata alla grafica e al linguaggio pubblicitario. In entrambi i casi, il senso va comunque cercato oltre il mero significato linguistico, così come accade nelle opere su tela, superfici caratterizzate dalla stratificazione e da una verve sintetico-immaginativa che guarda da un lato alle parole in libertà del futurismo e all’uso del collage caratteristico delle sperimentazioni cubiste, dada e surrealiste, dall’altro agli esempi del lettrisme di Alain Satié, che esalta il valore estetico del segno alfabetico oltre il suo significato semantico (la sua serie Murs d’atelier d’artiste del 1974 va in effetti riconosciuta come straordinario antecedente per la graffiti art che invaderà New York pochi anni più tardi). Per Satié e i suoi compagni, la lettera va intesa come una nuova struttura formale grazie alla quale fondare un campo di lavoro autonomo, ricco ed inesauribile. Niente di più simile al writing urbano dunque!




Non deve stupire l’abilità di KayOne di coniugare la suggestione della strada alle avanguardie e ai movimenti più innovativi del Novecento, dal momento che proprio questi gruppi di sperimentatori si erano posti per primi il problema di far confluire - anche in modo diretto - la vita nell’arte. La forza dei quadri di KayOne sta proprio nella capacità di attirare chi guarda in un universo di sensazioni, emozioni, significati, la cui energia dirompente evoca la strada senza bisogno di rappresentarla. Il rapporto dell’artista con la materia appare viscerale, teso a sottolineare la plasticità della pittura, le sue qualità dinamiche e tattili, oltre che visive, con l’obiettivo di trovare una nuova dimensione significante attraverso composizioni polimateriche e associazioni insolite. In questo modo, l’arte di KayOne sembra essere in grado di dialogare con la realtà senza mediazioni, grazie a una pittura corposa e densa in cui si mescolano vernici, sabbie, polveri d’asfalto, spray, pigmenti, smalti, e poi carta, legno, metallo… tecniche e materiali ibridi, dal significato complesso e stratificato, che si distinguono per un riferimento istintivo al contesto urbano in grado di trascendere e ampliare la dimensione pittorica tradizionale. Nelle opere di KayOne il prelievo di realtà è dunque minimo, ma risulta amplificato dalla forte componente gestuale e materica della sua pittura, che riesce a trasmettere quel senso di “ruvidezza” che viene direttamente dal contatto con la strada. Le superfici non sono mai levigate, ma appaiono come esito di un’operazione di scavo nelle emozioni, che si traduce in intensa gestualità - emotiva e controllata al tempo stesso - grazie alla quale segno e colore acquistano incisività. Energia e spontaneità sono naturalmente elementi derivati dall’esperienza di writer, insieme alla rapidità, che sulla strada è data dalla velocità dell’esecuzione imposta dalla situazione, mentre sulla tela si concretizza in modo più meditato, nelle linee dinamiche che si inseguono, si incrociano, si sovrappongono, si accendono in punti luminosi. Il controllo dell’equilibrio e delle sovrapposizioni di segni e colori è particolarmente curato, l’elemento vorticoso è parte di un’operazione quasi ipnotica nei confronti della realtà, che sembra lasciare tracce nel colore fresco, pronto a catturare l’istante - come quando accade di calpestare per caso le linee bianche appena rifatte sull’asfalto.







Se ci credi, la strada ti sorride.
di Alessandro Mantovani


Il writer dipinge sui muri fatiscenti delle nostre città perché questo lo rende felice, è arte per l’arte, la gloria forse arriverà in un secondo tempo. Molto probabilmente quando a soli 15 anni Marco scappava da casa con lo zaino pieno di bombolette per colorare i muri di Milano, non immaginava che un giorno sarebbe diventato KayOne e che la pittura sarebbe stata la sua professione. Crederci, sempre, questo ha fatto la differenza nel corso di una vita. Non mollare mai, anche quando tutti ti sono contro, avere fiducia nel proprio talento e in se stessi. Se arrivi dal mondo dei graffiti, devi superare molte resistenze prima di essere rispettato e chiamato maestro. La gente è abituata alla pigrizia del consumo d’immagini standardizzate, è piuttosto restia ad accettare delle rappresentazioni artistiche che possano mettere in crisi le loro consuetudinarie percezioni della realtà. KayOne è un artista della nuova avanguardia e come tale reinventa l’arte attraverso il graffitismo che è l’unica vera forma d’arte contemporanea globale. L’espressionismo astratto che ne deriva possiamo ammirarlo nei suoi quadri. Una miscela esplosiva di colori futuristi si rincorrono nelle tele, in una ricerca spesso sofferta e tormentata della matrice culturale stradale, da cui l’artista trae piena ispirazione. Accade che a volte possa scattare una sorta di reazione psicologica difensiva perché ciò che non rientra nei canoni della nostra mente può spaventarci, ma l’unico pericolo è quello di perdersi nei molteplici livelli di profondità del colore delle sue opere e di rimanerne misteriosamente attratti senza trovare più la via d’uscita. La divaricazione tra artista e destinatario rischia di assumere la forma del dualismo tra avanguardia e retroguardia con una conseguente incomunicabilità tra emittente e ricevente, superata però dall’essenza dell’arte che, senza soluzione di continuità, collega il moderno al contemporaneo nell’eterno assunto che l’opera più bella è quella che trasmette gioia di vivere. Per comunicare con il mondo e affermare la propria esistenza, KayOne ha utilizzato i muri delle metropoli moderne, spostando poi la propria creatività su tela per approdare ai Musei e alla Gallerie d’Arte che ne hanno consacrato lo stile inconfondibile. In tale situazione compito del critico è soprattutto quello di mediare, oltre che di proporre un ipotetico percorso interpretativo, di individuare un punto d’incontro, attraverso il quale possa essere attivato l’interscambio culturale. Le opere di KayOne pongono interrogativi alle nostre emozioni. L’impatto emotivo è ancora più intenso, se si collocano le sue tele nel contesto della profonda trasformazione culturale avvenuta nell’arte contemporanea, sempre più alla ricerca d’interpretazioni artistiche profonde per svelare la complessità del loro tessuto stilistico. Davanti alle immagini di vorticosi colori ci s’immerge negli abissi conflittuali dell’inconscio, lasciandoci trasportare tra passato e futuro per sfociare in un’arte contaminata da tante correnti, ma con un’anima assolutamente unica. La tensione conoscitiva, che anima le tele di KayOne, si genera dalla fusione fra pensiero analitico e intuizione sintetica, tratto istantaneo e duraturo, spesso originario da rapide illuminazioni rappresentate sia con moto rettilineo che circolare. Il pieno e il vuoto, magistralmente equilibrati, rispecchiano mitiche atmosfere dalle deformazioni espressionistiche che investono lo spettatore dal primo sguardo. Non limitiamoci a guardare l’opera, impariamo a vedere oltre la pittura. Infatti, l’impressionista guarda, mentre l’espressionista vede a prescindere da ciò che gli occhi e gli altri sensi gli possono offrire, vede ignorando la realtà esteriore.




Ogni rottura e innovazione formale si propone di stimolare una nuova percezione della realtà, agendo sull’immaginario dello spettatore che diventa così complice dell’artista. KayOne dipinge per modificare le forme consuetudinarie percepite nella realtà e per liberare i colori, facendoli esistere contro ogni forma di condizionamento sociale. In particolare, l’intervento di rottura si caratterizza per la ricerca di un nuovo rapporto fra testo e immagine, rendendo liberi le lettere e i numeri dalla pura funzione didattica di una sceneggiatura fissa, agendo in modo che le immagini possano trarre valore proprio dai numeri e dalle lettere. Attraverso l’espressionismo astratto è possibile scoprire qualcosa di nuovo su se stessi, ogni tela rappresenta una nuova avventura, che passo dopo passo ci porta alla ricerca dell’arcano mistero che la nostra mente lentamente arriva a svelarci. Quando più persone collaborano in maniera sinergica e complementare a un progetto, il risultato finale e l’impatto sul pubblico sono più forti, poiché il processo creativo nasce da più cuori uniti dallo stesso ideale. Il messaggio dell’opera è figlio di più teste e quindi ha un plurimo patrimonio genetico che lo rende più intrigante e completo. Spesso la società si basa sull’individualismo e difficilmente più persone riescono a integrare i propri talenti e farli confluire in qualcosa di nuovo e creativo, superando le barriere dell’orgoglio personale legate al confronto di personalità differenti. Per riuscire ad avere un rapporto lavorativo duraturo si richiede, oltre a capacità e competenze specifiche, anche l’umiltà di sapersi mettere in discussione e di crescere insieme verso nuovi traguardi, che prendono forma durante il percorso e sorprendono in primo luogo chi li raggiunge. La comprensione reciproca favorisce la crescita del seme della creatività, in un mondo in cui è sempre più difficile innovare a causa dei condizionamenti culturali e dalla paura di percorrere nuove strade. Crescendo vicino allo stimolo creativo di mio fratello, ho capito che chiunque può accedere a un proprio terreno immaginativo dando un importante contributo alla creazione di una nuova forma d’arte. Spesso il solo credere in un sogno condiviso dà la forza per superare ostacoli che razionalmente verrebbero considerati insormontabili. Nella vita di un artista è molto importante trovare qualcuno che creda in te e ti sappia infondere sicurezza per continuare a coltivare i tuoi sogni. La forza di KayOne deriva anche dal coraggio di chi gli sta vicino e lo spinge a dare il meglio di sé. Forse il regalo più bello che ho mai fatto a Marco è stato proprio questo. Credere sempre il lui.





Catalogo Writing the City
Curatore: Giovanni Faccenda - Edito da: Stradedarts - www.stradedarts.it
Prezzo: Euro 20,00




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